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Il tubetto di dentifricio dove lo butto?

Il tubetto di dentifricio dove lo butto?

  • a cura dell'Avv. Daniele Carissimi
  • 16 Ago 2019

Il tubetto di dentifricio, il cartone del latte, la busta per alimenti e perfino il succo di frutta a lunga conservazione. 

La domanda è sempre la stessa: e adesso dove li butto?! 

Si tratta, infatti, dei così detti imballaggi poliaccoppiati o multimateriale che – contenendo una percentuale diversa di carta, plastica o alluminio – non si sa mai in quale busta buttare. 

E allora, in primo luogo occorrerà guardare alla confezione, che generalmente contiene l’indicazione dei materiali di cui è composta, ad esempio la sigla:  

  1. PI sta per poliaccoppiati
  2. AL per alluminio; 
  3. CA sta invece per carta
  4. e poi ci sono tutti i vari simboli previsti per le plastiche, quali PE, PET, PP e via dicendo. 

Se ciò non basta, una buona soluzione può essere quella di aprire il contenitore, per vedere cosa contiene al suo interno (esempio un foglio di alluminio), oppure quella di buttarlo nel sacco relativo al materiale prevalente (se il materiale prevalente è la plastica andrà gettato nel bidone della plastica). 

Il vero problema di questi “imballaggi multimateriale” è che è estremamente difficile procedere alla loro selezione e riciclo, tant’è che la maggior parte degli stessi alla fine viene avviato in discarica. 

La soluzione viene allora dall’Inghilterra, dove un professore dell’Università di Cambridge (tal Carlos Ludlow-Palafox), ispirato come il famoso Newton dal cibo – in questo caso al posto della famigerata mela abbiamo un ben più moderno panino al bacon – ha trovato il modo di trasformare gli imballaggi poliaccoppiati in combustibile. 

Dimenticandosi infatti il suo panino al bacon, opportunamente incartato nell’alluminio, nel forno a microonde, l’ha ritrovato trasformato in un ammasso incandescente e carbonizzato.  

Da qui l’idea, opportunamente sviluppata e perfezionata negli anni. 

Sfruttando un processo di riscaldamento in assenza di ossigeno del materiale – nel gergo degli addetti ai lavori chiamato “pirolisi” – si è riusciti a scindere i composti chimici dei multimateriali in alluminio, per ottenere composti più semplici (oli e gas), da utilizzare come combustibile per produrre calore e energia. 

Ben vengano, dunque, le nuove tecnologie da sole capaci di migliorare la riciclabilità degli imballaggi multimateriale. Altro passo, sarà tuttavia quello di non lasciare sole le imprese che vogliano realizzarle nel concreto. 

Spesso, infatti, a tali idee brillanti, si accompagnano iter burocratici vecchi, lunghi e costosi,  che di fatto franano lo slancio creativo delle aziende. Basti pensare al triste caso dell’end of waste, dove una normativa inadeguata e un interpretazione restrittiva del Consiglio di Stato, hanno portato a una situazione di stallo per tutti quei processi più innovativi  grado di fare la differenza nell’ottica di un’economia circolare e nell’utopia di una società a rifiuti zero. 

Ma in questo vogliamo essere positivi, certi che si arriverà presto a una soluzione in grado di forzare i blocchi autorizzativi, all’insegna del  “be italian, be green”! 

Avvocato Ambientale

Daniele Carissimi

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